29 aprile 2017
Aggiornato 05:30
Quindici anni dopo un altro campione tedesco porta in alto la Rossa

La Ferrari di Vettel è forte come quella di Schumacher: ecco perché

Era dai tempi di Michael che il Cavallino rampante non cominciava così bene un Mondiale. Merito di una macchina gentile con le gomme, dei tecnici aggressivi al muretto e veloci nello sviluppo e di un pilota cattivo in pista e maturo fuori

Sebastian Vettel e Michael Schumacher vincono in Bahrein a 13 anni di distanza (© Ferrari)

ROMA – Due vittorie e un secondo posto nelle prime tre gare: per ritrovare lo stesso identico bottino in un altro inizio di stagione della Ferrari bisogna tornare indietro addirittura al 2001. Anche in quell'occasione il Cavallino rampante vinse il Gran Premio inaugurale in Australia, poi si ripetè nella seconda prova in Malesia e dovette accontentarsi della piazza d'onore in Brasile. L'anno successivo andò leggermente peggio: due vittorie (come stavolta, al primo e al terzo GP) e una terza piazza. Dodici mesi dopo, un inizio letteralmente disastroso: un quarto, un sesto posto e addirittura un ritiro. Perché risaliamo ad un periodo così lontano nella storia della Formula 1, addirittura quindici anni fa? Perché c'è un tratto in comune tra quegli esordi di Mondiale e quello che stiamo vivendo nel 2017: anche all'epoca, al volante della Rossa c'era un pilota tedesco. Michael Schumacher. Ma non è finita. Quelle tre annate iridate hanno qualcosa in comune anche tra di loro: tutte e tre finirono con la Ferrari vincitrice del campionato del mondo. Terminò così anche la successiva, il 2004, quando però nei tre Gran Premi iniziali la Scuderia aveva fatto l'en plein, con altrettante secche vittorie (ma quello era l'anno dell'imbattibile F2004, che lasciò alla concorrenza appena tre gare su diciotto). Da allora sono trascorsi esattamente tredici anni e non era più capitato che a Maranello arrivassero tanti punti nelle prime tre corse. Fino a quest'anno.

Veloce ma gentile
Ora che Vettel ha raggiunto la fatidica quota Schumi, una soglia anche psicologica, oltre che aritmetica, credere nelle possibilità di un titolo mondiale è diventato obbligatorio. La rinascita della Ferrari, ora possiamo affermarlo con certezza, è autentica. «È naturalmente una grande soddisfazione tornare sul gradino più alto del podio con Sebastian – ha riflettuto il presidente Sergio Marchionne – Ma è ancora più importante avere a questo punto la certezza che la vittoria di Melbourne non è stata un caso e che questo Mondiale ci vedrà protagonisti fino alla fine». La SF70H non è (ancora) la monoposto più veloce della griglia: «Forse sul giro secco abbiamo un leggero vantaggio», analizza il team principal della Mercedes Toto Wolff, sulla base dei quattro decimi rifilati dal poleman Valtteri Bottas sabato scorso. «Ma la Ferrari sfrutta leggermente meglio le gomme – aggiunge – quindi alla fine penso che siamo praticamente pari». L'ha capito anche il boss rivale: il vero punto di forza di Gina, come l'ha affettuosamente soprannominata Seb, non è la velocità pura, ma la gentilezza con cui poggia sui suoi pneumatici, specialmente nei giri iniziali quando le macchine sono pesantissime per via del serbatoio pieno di benzina. Una dote preziosa, in gara, perché permette al muretto di giocare con maggior libertà con le strategie. E non è un caso se in entrambe le vittorie di Melbourne e Sakhir (ma anche a Shanghai, se non ci si fosse messa di mezzo un'intempestiva safety car) proprio l'aggressiva scelta di tempo delle soste ai box è stata la carta vincente.

Riccardo Adami, ingegnere di pista di Vettel, al muretto

Riccardo Adami, ingegnere di pista di Vettel, al muretto (© Ferrari)

Squadra affiatata
Come a dire che alle pecche tecniche che ancora sussistono, almeno nel confronto con un avversario coriaceo come le Frecce d'argento, riesce a supplire il fattore umano. «Con coraggio, determinazione e follia», come ha efficacemente sintetizzato il team principal Maurizio Arrivabene. Niente più incertezze, niente più timori: i tecnici (per la maggior parte italiani) sanno bene quanto sia competitiva la loro vettura, in tutte le condizioni, e sono pronti ad assumersi dei rischi calcolati per permetterle di esprimersi al meglio. Come in Bahrein, appunto, quando il team ha consapevolmente accettato di sacrificare le qualifiche pur di poter contare sul miglior compromesso aerodinamico alla domenica. E il nuovo direttore tecnico Mattia Binotto, che con Arrivabene sembra aver trovato un'intesa vincente degna di quella dei tempi di Jean Todt e Ross Brawn, ha risolto anche un altro annoso limite di Maranello: la lentezza nell'evoluzione della monoposto. Stavolta, infatti, già nella terza gara sono cominciate a comparire le prime novità. E poi l'ultimo, e forse più importante, elemento di questa compagine è naturalmente il pilota: Sebastian Vettel. Che, dopo aver battuto il rivale Lewis Hamilton in Australia solo grazie alla tattica, nel giorno di Pasqua ha regalato ai tifosi ferraristi il primo, vero sorpasso in pista. Alla prima curva, all'esterno, ritardando la staccata oltre ogni limite ha avuto la meglio su un osso duro come il tre volte iridato. Insomma, Seb ha ritrovato la sua cattiveria in pista, ma anche la sua serenità fuori: quella che gli ha permesso di accantonare il nervosismo dell'anno passato e di tornare a sorridere, a divertirsi e a favorire il giusto spirito di unità e compattezza tra gli uomini nel suo box. Da vero leader. Proprio come faceva Michael Schumacher.