Rapporti tesi tra il pilota e il team

«Lewis Hamilton aveva già minacciato di lasciare la Mercedes»

Dopo l'incidente con il suo compagno di squadra Nico Rosberg, il campione anglo-caraibico aveva già pensato di stracciare il contratto. Le polemiche di domenica ad Abu Dhabi, dunque, hanno solo riaperto una vecchia ferita

Lewis Hamilton davanti a Nico Rosberg ad Abu Dhabi (© Pirelli)

Lewis Hamilton davanti a Nico Rosberg ad Abu Dhabi (© Pirelli)

ROMA – I giorni successivi al GP finale della stagione ad Abu Dhabi, con il loro strascico polemico per la presunta condotta di gara scorretta di Lewis Hamilton, non sono i primi in cui, durante questa stagione 2016, il matrimonio tra il tre volte campione del mondo e la Mercedes rischia di saltare. Già a maggio, infatti, il pilota e il suo team giunsero ai ferri corti, al punto che l'anglo-caraibico minacciò di stracciare immediatamente il suo contratto e di non correre più già a partire dalla gara successiva. Accadde dopo l'incidente di Barcellona, dove al primo giro i due compagni di squadra Hamilton e Rosberg si buttarono fuori a vicenda: l'iridato in carica, che a quel punto della stagione aveva già 43 punti di distacco a causa di due rotture del motore consecutive in qualifica, diede tutta la colpa dell'accaduto al tedesco e si arrabbiò molto quando la squadra, al contrario, rifiutò di prendere la sua posizione. Quello stesso giorno, rivela oggi Sky Sport Inghilterra, Lewis informò i vertici delle Frecce d'argento che non avrebbe corso il due settimane dopo a Montecarlo. Poi intervennero Toto Wolff e Niki Lauda e lo stesso Hamilton si chiarì con Rosberg, dunque la minaccia rientrò. Questa ricostruzione circola tra le voci di paddock ormai da mesi, ma è stato lo stesso diretto interessato a riaccenderla domenica scorsa, quando ad una precisa domanda della televisione inglese non ha smentito la vicenda: «È una cosa privata che fa parte del passato», si è limitato a rispondere.

Il dilemma del team
Quando Lewis Hamilton, domenica scorsa, si è rifiutato di rispettare gli ordini di scuderia della Mercedes, dunque, non ha fatto altro che riaprire una ferita dolorosa che non si era mai del tutto rimarginata. Ora la squadra tedesca si trova di fronte ad un difficile dilemma: da un lato il rischio di perdere il suo pilota più vincente, dall'altro la necessità di non lasciar passare impunita una disobbedienza che in futuro potrebbe degenerare nella totale anarchia interna. «Comprendo l'azione di Lewis – prova ad abbassare i toni il presidente Niki Lauda – D'altro canto, però, c'è il bene del team. La Mercedes deve vincere le gare nel modo più sicuro e quanto accaduto ad Abu Dhabi è stato emozionante ma non sicuro. Perciò alla fine gli abbiamo ordinato di accelerare. Lui ci ha risposto: 'Lasciatemi in pace, sto correndo', che tra l'altro è una frase piuttosto buffa». La stessa opinione, piuttosto diplomatica, è quella che esprime Nico Rosberg: «È un peccato che questo argomento sia gonfiato così tanto, perché in realtà è piuttosto semplice – ha sostenuto – Comprendo la prospettiva del team e la loro irritazione, visto che quando corriamo dobbiamo obbedire a determinate regole, che non cambiano da tre anni. Ma comprendo anche Lewis. Lottiamo per il titolo mondiale, le proviamo tutte e forse a volte andiamo anche oltre il limite: con una rivalità così intensa e complicata non possiamo essere amici, ma ci aiuta il rispetto di fondo che abbiamo l'uno per l'altro, che risale a quando avevamo 13 anni ed eravamo migliori amici». Alla fine, secondo l'ex pilota Damon Hill (che prima di Rosberg era stato l'unico figlio d'arte a vincere un titolo mondiale di Formula 1) tutto si sgonfierà come una bolla di sapone: «Hamilton è un po’ volubile, cambia idea spesso come faceva Senna – ha analizzato alla Gazzetta dello Sport – Ma in generale se hai una macchina vincente, non è che accetti di guidare per una scuderia di metà classifica. Guardate Vettel: quattro volte iridato, ora non può vincere e per lui è dura». Come a dire: caro Lewis, ripensaci, perché in fondo restare alla Mercedes conviene anche a te.